di Davide Valeri
Pasolini e il calcio: eredità popolare a Pietralata
Qualche giorno fa sono stato al campo sportivo XXV Aprile di Liberi Nantes, a Pietralata. Noto subito un quadro appeso alla recinzione, fatto da studenti delle elementari della scuola lì vicino: Pasolini che calcia un pallone, con la maglia del Bologna. È in bianco e nero, come una perfetta immagine neorealista.
Mentre Pasolini è in procinto di tirare, accanto a lui c’è una citazione:
«Io sono un uomo che preferisce perdere piuttosto che vincere con modi sleali e spietati.»
Mi fermo. Guardo il quadro, poi il campo dietro. Penso: certo, Pasolini e il calcio. Siamo a Pietralata, il quartiere di Una vita violenta, dove Tommaso Puzzilli negli anni Cinquanta viveva tra baracche e palazzine INA-Casa, dove l’Aniene straripava allagando tutto. Dove Pasolini veniva a giocare con i “ragazzi di vita”.
Il calcio come lingua materna
Nel gennaio del 1971, Pasolini pubblica su Il Giorno uno dei suoi articoli più citati: “Il calcio è un linguaggio con i suoi poeti e i suoi prosatori.” Non è un pezzo sportivo nel senso classico: è un manifesto antropologico travestito da analisi calcistica.
Pasolini inventa il concetto di podema – dal greco podós, piede – come unità minima di significato nel calcio, l’equivalente del fonema nella lingua parlata. Ogni tocco di palla è una parola. Ogni azione è una frase. La partita diventa un discorso drammatico, con la sua grammatica, la sua sintassi, le sue regole implicite.
Distingue tra “calcio di prosa” – metodico, corale, tutto schemi e disciplina – e “calcio di poesia” – il dribbling improvvisato, la folgorazione del gol, tipico del calcio sudamericano.
È la stessa tensione che attraversa tutta la sua opera: ordine contro caos, struttura contro libertà, razionalità contro istinto.
In fondo, Pasolini sta dicendo una cosa radicale:
Il calcio è un sistema comunicativo con la stessa dignità del linguaggio verbale. È radicato nel corpo, nell’istinto, nella dimensione popolare.
La periferia come ultimo territorio libero
Quando Pasolini arriva a Roma nel 1950 – in fuga dallo scandalo di Casarsa – la città è in piena metamorfosi. Il boom economico attira migranti interni, che si insediano nelle borgate: Mandrione, Pigneto, Pietralata, Quadraro, Torpignattara. Quartieri senza infrastrutture, nati da occupazioni abusive, dove la miseria e la creatività convivono.
Pasolini le esplora con lo stupore dell’outsider e le trasforma nella sua ossessione.
Nel 1958 scrive per Vie Nuove l’inchiesta “Viaggio per Roma e dintorni”, che inizia con una domanda:
“Cos’è Roma? Qual è Roma? Dove finisce e dove comincia Roma?”
La risposta non è geografica, ma antropologica. Le borgate sono per lui spazi di autenticità e contraddizione, dove sopravvivono frammenti di quella “civiltà contadina” che il boom economico sta dissolvendo: valori comunitari, solidarietà, legami di vicinato, libertà “selvaggia” e premoderna.
Ed è qui che il calcio assume il suo significato più profondo. Sui campi polverosi delle borgate, i ragazzi giocano una partita diversa: senza arbitro, senza regole fisse. È calcio “primitivo”, libertà del corpo e comunione tra pari. In Ragazzi di vita e Una vita violenta, lo sport appare come pausa rituale nella lotta per la sopravvivenza. Non spettacolo, ma linguaggio del corpo.
La devastazione antropologica (e quello che resta)
Pasolini sostiene che il boom economico non rappresenta progresso, ma devastazione antropologica. La civiltà contadina e il sottoproletariato urbano vengono risucchiati nella società dei consumi, perdendo i loro modelli culturali, le loro lingue, i loro riti.
Il calcio di borgata resta allora l’ultimo spazio di resistenza: libertà corporea, comunitaria, antieconomica. Non serve denaro – un pallone si improvvisa. Non genera profitto. Non è ancora colonizzato dalla logica dello spettacolo.
Nel 1970 Pasolini dichiara:
“Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo.”
Mentre messa e processioni declinano, il calcio diventa rito collettivo laico: un luogo dove la comunità si riunisce non per consumare, ma per sperimentare la trascendenza del quotidiano.
Il gol, dice Pasolini, è un momento di sublime: stupore, irreversibilità, eccesso.
Tornare a Pietralata (e al Quarticciolo)
C’è qualcosa di circolare nel fatto che oggi io faccia ricerca sullo sport antirazzista proprio in quei territori — Pietralata e Quarticciolo — che Pasolini frequentava negli anni Cinquanta. Oggi, in quelle stesse borgate, ragazze e ragazzi di paesi, religioni e classi diverse costruiscono nuove comunità sportive: Liberi Nantes, a Pietralata, e la Palestra Popolare Quarticciolo, al Quarticciolo. Due realtà che intrecciano le lotte per i diritti di chi arriva con le battaglie di chi abita il quartiere, in progetti solidali, antirazzisti e fondati su due gesti semplici e universali: tirare calci a un pallone e tirare i pugni al sacco.
Credo che Pasolini avrebbe riconosciuto in questo intreccio di corpi e storie la poesia più autentica dello sport.
Il mio desiderio, in questa ricerca su come lo sport antirazzista prende forma nelle periferie di Roma e Bruxelles, è ritrovare — in modi diversi — quella libertà del corpo e della comunità che Pasolini inseguiva.
Lo sport popolare e antirazzista nelle periferie romane oggi non è il calcio “poetico” di Pasolini – sarebbe ridicolo pretenderlo. Ma ne condivide qualcosa: l’idea del campo come luogo di incontro reale, dove i corpi entrano in contatto, dove le differenze si negoziano attraverso il gioco, dove la comunità si costruisce dal basso.
Pasolini negli scritti degli anni ’50 – ’60 aveva capito una cosa fondamentale:
La periferia è un luogo di possibilità e resistenza, uno spazio in cui gli individui possono ancora sottrarsi alle logiche disciplinari e omologanti del consumismo.
È il luogo dove l’alterità resiste – anche se precariamente, anche se condannata.
E lo sport, in questi spazi, non è mai solo sport: è linguaggio, rituale, politica incarnata.
Quello che ci rimane
Pasolini è stato assassinato a Ostia nel 1975. Il calcio che amava – libero, comunitario, sacro – è stato divorato dall’industria dello spettacolo. Le borgate che frequentava sono state urbanizzate, gentrificate o abbandonate.
Eppure, la sua intuizione resta urgente: abbiamo bisogno di spazi dove il corpo e la comunità possano ancora esprimersi fuori dalle logiche del mercato. Abbiamo bisogno di linguaggi che non richiedano alfabetizzazione formale per essere parlati. Abbiamo bisogno di rituali collettivi autentici, non simulacri.
Pasolini non era un nostalgico. Era un intellettuale ossessionato dalla perdita – della civiltà contadina, dell’innocenza popolare, dei riti comunitari – che cercava nei margini urbani i residui di un mondo in dissoluzione.
Forse, oggi, il nostro compito è abitare quella contraddizione: sapere che quel mondo non è morto, ma continua a vivere in forme diverse.
Ascoltare e conoscere chi lo abita e lo rivendica. Partire dai campetti polverosi, dalle palestre autogestite.
E vedere se quel linguaggio funziona ancora.