La campionessa mondiale IBO che ha dovuto combattere due ring: quello dello sport e quello della cittadinanza italiana.
Il 7 novembre 2025, al PalaDozza di Bologna, Pamela Malvina Noutcho Sawa è diventata campionessa mondiale IBO dei pesi leggeri. Quando l’ho saputo, mi è tornata addosso una sola idea: quanta lotta le è stata chiesta prima ancora di salire sul ring.
Pamela è nata in Camerun nel 1992 ed è arrivata in Italia a otto anni. Ha vissuto qui per più di vent’anni prima che qualcuno decidesse che fosse “abbastanza italiana” per avere un passaporto. Nel frattempo si è laureata in Scienze infermieristiche, ha scoperto la boxe durante un tirocinio in un centro per senza fissa dimora, ha vinto il campionato italiano Elite nel 2020. E nel 2020 non poteva entrare in nazionale: senza cittadinanza puoi vincere per l’Italia, ma non puoi rappresentarla.
È il riassunto perfetto del nostro sistema: ti accogliamo quando servi, ma non abbastanza da riconoscerti pienamente.
La burocrazia come violenza strutturale
Negare la cittadinanza a chi è cresciuto qui non è una mancanza amministrativa: è razzismo istituzionalizzato. È una scelta politica che mantiene migliaia di persone in una precarietà continua. Pamela non ha potuto fare l’Erasmus. Non ha potuto entrare in nazionale quando era al suo massimo. Ha dovuto aspettare fino al 2022 — ventinove anni — per ottenere ciò che avrebbe dovuto essere suo da sempre.
Durante quegli anni lavorava in Pronto Soccorso: le sue mani salvavano vite italiane, mentre l’Italia la considerava ancora troppo straniera per riconoscerla pienamente.
Il personale è politico
Pamela si allena alla ASD Bolognina Boxe, una palestra popolare con atleti di più di trenta nazionalità, aperta a chi non può permettersi le quote. Antifascismo, antirazzismo, antisessismo, accessibilità: sono principi dichiarati e quotidianamente praticati.
In conferenza stampa, Pamela ha fatto qualcosa di raro nello sport italiano: ha politicizzato la sua vittoria. Ha dedicato il titolo “a tutte le persone che non riescono a vivere con dignità, in particolare a chi subisce guerra e crisi economica, dalla Palestina al Sudan, all’Ucraina”.
Ha rifiutato la narrazione rassicurante dell’immigrata che “ce l’ha fatta”, quella che assolve il sistema e colpevolizza chi resta indietro.
Pamela lo sa: la sua battaglia per la cittadinanza e quella di chi fugge da guerre e povertà sono parte dello stesso meccanismo, un meccanismo che decide chi è umano per default e chi deve dimostrarlo ogni giorno.
Cosa dovremmo imparare
A 33 anni Pamela è campionessa mondiale. Ma è anche infermiera, migrante, donna nera in un paese che fatica a riconoscere il proprio razzismo strutturale. La sua storia non è una favola meritocratica. È la prova che l’Italia spreca talento e vite per difendere confini — geografici e simbolici — che servono solo a mantenere gerarchie.
Pamela ha vinto nonostante il sistema, non grazie ad esso. E finché celebreremo storie di “integrazione riuscita” senza cambiare le strutture che rendono quel processo una serie di iter disumani, continueremo a chiedere a persone come lei di combattere su due ring: quello sportivo e quello della cittadinanza negata.
“Ho paura di svegliarmi domani mattina e rendermi conto di essermi sognata tutto”, ha detto dopo la vittoria. È una frase che parla di gioia, ma anche della fragilità di sentirsi finalmente legittimi dopo anni passati sul margine.
Le sue mani curano, le sue mani combattono. Ma la cittadinanza è un diritto, non un premio per chi resiste abbastanza a lungo.