Una riflessione sul caso Trump e il razzismo nello sport: il ruolo della FIFA e l’eredità del colonialismo nel calcio
Se guardiamo alla storia delle pratiche sportive, una cosa emerge con chiarezza: lo sport non nasce come spazio aperto e inclusivo. Si è infatti sviluppato all’interno di strutture di potere, esclusione sociale e gerarchie razziali.
Eppure ogni tanto qualcuno me lo chiede, magari dopo l’ennesimo episodio di razzismo sugli spalti o una polemica sull’identità di un atleta: ma lo sport è razzista?
È una domanda enorme. Come tutte le domande enormi rischia di ricevere risposte pigre. Un sì secco, un no difensivo o la solita frase di circostanza: “lo sport unisce”.
Io, di solito, provo a rispondere partendo da un altro punto. Non tanto se lo sport sia razzista, ma da quale posizione stiamo parlando.
E soprattutto da dove viene lo sport che conosciamo oggi.
Lo sport non nasce neutro
Dal tlachtli/ōllamalīztli, spesso legato alle élite e ai rituali politici nell’area azteca, alle norme di genere codificate nella Cina Zhou, fino a Roma, dove gladiatrici rare convivevano con divieti legati allo status, il principio è quasi sempre lo stesso: non tutti possono partecipare.
L’accesso è regolato da criteri sociali e politici. Genere, classe sociale, etnia, status giuridico. Questi fanno dello sport non uno spazio neutro, ma un campo strutturato di potere (Elias & Dunning, 1986).
Il gioco, prima ancora di essere divertimento, è un modo per mettere ordine nei corpi. Per stabilire chi conta, chi può competere, chi può essere visto.
In questo senso, la discriminazione non è un effetto collaterale ma è parte centrale del meccanismo.
Lo sport moderno e l’impero britannico
Quando parliamo di sport “moderno”, però, la questione diventa ancora più esplicita.
Le discipline che oggi consideriamo universali – calcio, rugby, cricket, atletica – vengono codificate nel Regno Unito tra Ottocento e primo Novecento. Nel pieno della Rivoluzione industriale e del colonialismo. Nelle public schools inglesi, lo sport è uno strumento educativo pensato per formare una classe dirigente maschile, bianca, eterosessuale e disciplinata. Serve a insegnare autocontrollo, competizione regolata, gerarchia.
Serve, in altre parole, a produrre il corpo giusto per governare l’impero.
Quando questi sport arrivano nelle colonie, non arrivano mai da soli. Arrivano insieme alla lingua, alla religione, all’idea di civiltà e ai suoi crimini.
Il cricket in India è forse l’esempio più famoso: introdotto come pratica coloniale, diventa poi uno spazio di riappropriazione e identità nazionale. Ma le strutture di potere; chi governa, chi decide e chi guadagna rimangono a lungo le stesse.
FIFA: universalismo, colonialismo e potere globale
Questa continuità coloniale non riguarda solo le pratiche sportive locali. Riguarda soprattutto le istituzioni globali dello sport, a partire dalla più potente di tutte: la FIFA.
Come ricordano Bar-On ed Escobedo (2016), la FIFA nasce a Zurigo nel 1904 per gestire le competizioni internazionali tra otto Stati europei. Tutti, tranne la Svizzera, erano potenze coloniali.
Fin dall’inizio, il controllo dell’organizzazione è saldamente europeo. Questo si riflette nella distribuzione dei posti ai Mondiali e nel peso politico delle federazioni.
Un potere senza confini
La FIFA non è uno Stato. Non ha un esercito. Eppure detiene un potere geopolitico enorme.
Decide chi ospita i Mondiali, quali regioni hanno accesso alle competizioni e quali Paesi vengono legittimati sulla scena globale (Bar-On ed Escobedo, 2016).
Accanto al potere politico ed economico, c’è una forte componente ideologica: Jules Rimet, presidente FIFA dal 1921 al 1954, immaginava il calcio come strumento per costruire una “famiglia mondiale” fondata sui principi cristiani.
L’universalismo sportivo, insomma, nasce come universalismo europeo, cristiano e coloniale. Non come un progetto neutrale.
Sport, propaganda e potere oggi
Se teniamo a mente questa genealogia, molte cose smettono di sorprenderci. Come hanno osservato Fruh, Archer e Wojtowicz (2022), la FIFA ha ripetutamente stretto accordi con i regimi autoritari.
Un caso emblematico sono i Mondiali del 1978 in Argentina, organizzati sotto la dittatura di Videla. Mentre commetteva crimini contro l’umanità, il regime sfruttò l’evento come vetrina internazionale.
Più di recente, l’assegnazione dei Mondiali 2022 al Qatar, nonostante migliaia di lavoratori migranti morti nei cantieri, come riportato da numerose inchieste indipendenti, e dalla mancanza del rispetto dei diritti umani.
Il fatto che Donald Trump stia utilizzando i Mondiali del 2026 come strumento di visibilità politica e propaganda nazionalista si inserisce in continuità con il passato.
In questo contesto, vedere il presidente della FIFA Gianni Infantino premiare Trump con il FIFA Peace Prize 2025, conferito ufficialmente per “le eccezionali azioni per la pace e l’unità” non è una stranezza: è la coerenza del sistema.
Soldi, accordi, visibilità. Arabia Saudita, Stati Uniti, Qatar; cambiano i partner, non la logica.
Quindi: lo sport è razzista?
A questo punto, la risposta non può essere semplice.
Lo sport moderno nasce dentro strutture razziste, coloniali e imperiali. Porta ancora addosso quelle tracce. Non è uno spazio “puro” che occasionalmente si “contamina” di razzismo o altre forme discriminatorie. E’ uno spazio che riflette i rapporti di potere del mondo in cui esiste.
Ma proprio per questo è anche uno spazio di conflitto. Di resistenza. Di riappropriazione.
Le stesse pratiche nate per escludere sono state usate per sovvertire, per ridefinire appartenenze, per mettere in crisi l’idea di chi può rappresentare una nazione, un’identità, un corpo legittimo.
Oggi c’ è ancora chi usa lo sport come strumento di resistenza antirazzista e di inclusione. Ed è da lì che bisognerebbe ripartire.