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Il genocidio in Sudan: calcio, guerra e Coppa d’Africa

Il genocidio in Sudan emerge dal percorso di una nazionale in esilio alla Coppa d’Africa, tra il collasso dello Stato e le gerarchie delle vite che contano.

Una nazionale in esilio, uno stato sotto assedio

Al fischio finale della partita contro la Guinea Equatoriale, l’allenatore del Sudan Kwesi Appiah è rimasto immobile, lo sguardo rivolto al cielo. Mentre i suoi assistenti correvano in campo a festeggiare, lui recitava una preghiera silenziosa.

Il Sudan aveva vinto 1-0, accedendo alla fase a eliminazione diretta della Coppa d’Africa 2025. Era solo la seconda vittoria del paese nel torneo dal 1970. Cinquantacinque anni di attesa.

Provo a immaginare cosa significhi indossare la maglia della nazionale quando il tuo paese sta vivendo una carneficina.

La squadra soprannominata ” i Falconi di Jediane” (dal nome del rapace endemico del Sudan che appare nello stemma nazionale) si allena a Doha, gioca in Marocco, mentre il campionato nazionale è sospeso e i due club più grandi Al-Hilal Omdurman e Al Merrikh per rimanere competitivi gareggiano nella Premier League rwandese.

Il Sudan attraversa quella che le Nazioni Unite definiscono la peggiore crisi umanitaria del mondo: oltre 30 milioni di persone necessitano di assistenza umanitaria, circa 12 milioni di sfollati (9,5 milioni interni e 4,35 milioni rifugiati nei paesi vicini), 21,2 milioni di persone che affrontano insicurezza alimentare acuta, oltre 150.000 morti dal 2023.

Ma dietro questi numeri ci sono storie precise: il centrocampista Ammar Taifour, nato negli Stati Uniti, si è trovato intrappolato in un hotel a Omdurman circondato da uomini armati, mentre l’attaccante John Mano ha perso il suo miglior amico durante il conflitto. “Non posso dimenticare questa storia finché vivrò”, dice.

Come può esistere una nazionale quando lo stato che dovrebbe rappresentare si sta disintegrando?

ln assenza di sicurezza, cibo, casa e pace il capitano Mohamed Abdelrahman dice che il calcio è “l’unica fonte di felicità” per il popolo sudanese. Undici uomini che corrono dietro a un pallone significano speranza.

“Stiamo cercando di liberare il nostro paese a modo nostro, con il calcio,” ha detto Mano alla BBC dopo la vittoria.

Penso a quanto spesso lo sport diventa uno spazio in cui dire “esistiamo ancora”.

Anatomia di un collasso costruito

Ma non possiamo fermarci alla denuncia dell’indifferenza. Dobbiamo chiederci: come si arriva a questo punto?

La guerra attuale contrappone le Forze Armate Sudanesi (SAF) del generale al-Burhan alle Forze di Supporto Rapido (RSF) di Hemedti. Ma ridurre tutto a uno scontro tra generali significa perdere la storia più profonda. Dall’indipendenza nel 1956, il Sudan ha vissuto un ciclo ripetitivo: brevi momenti democratici interrotti da lunghi regimi militari. Questa è l’eredità di uno stato gravemente influenzato da interessi esterni, finalizzati principalmente all’estrazione delle ricche risorse naturali del paese.

Quando la violenza diventa economia

Questa guerra è anche economica. Ed è un’economia molto specifica, costruita sulla violenza come metodo di accumulazione.

A partire dagli anni 90′ la crescente domanda di carne nei Paesi del Golfo trasforma completamente l’economia del Corno d’Africa. Quello che per secoli era stato un sistema di convivenza tra agricoltori sedentari e pastori seminomadi che condividevano lo spazio diventa un campo di battaglia.

L’allevamento si militarizza. Le milizie diventano il braccio armato di un nuovo tipo di capitale: attraverso la violenza sistematica, espropri le terre più fertili, controlli le miniere d’oro del Darfur, costruisci un impero economico.

Le RSF sono l’evoluzione diretta delle milizie Janjaweed che hanno perpetrato il genocidio in Darfur nel 2003 e rappresentano perfettamente questo modello.

Sono un’impresa economica che usa la forza militare per accumulare ricchezza. Controllo dell’oro, controllo della terra, controllo delle rotte del bestiame.

Questo è capitalismo estrattivo nella sua forma più brutale: non produci ricchezza, la prendi con la forza. E mentre lo fai, distruggi sistematicamente le comunità che abitavano quei territori.

È la logica coloniale che continua sotto altre forme. Gli attori sono cambiati, ma il modello resta lo stesso: estrarre valore attraverso la distruzione di vite umane.

La guerra che tutti armano e nessuno vuole fermare

In questa guerra sono coinvolte potenze straniere che giocano i loro interessi sulla pelle del popolo sudanese.

Le SAF ricevono droni dall’Iran, armi dalla Russia, supporto militare dall’Egitto, assistenza dalla Turchia. Le RSF sono finanziate principalmente dagli Emirati Arabi Uniti, interessati all’oro del Darfur e alla filiera del bestiame. C’è persino il gruppo Wagner che, mentre Mosca supporta ufficialmente le SAF, ha mantenuto legami con le RSF nel settore estrattivo.

Questa fluidità di alleanze mostra come oggi non servono amministratori coloniali quando puoi armare fazioni locali, estrarre ciò che ti serve e lasciare che si distruggano reciprocamente.

Il controllo del territorio avviene attraverso la logica che determina chi vive e chi muore. E il Sudan è un laboratorio perfetto di questa logica. Mentre le potenze straniere perseguono i propri interessi, milioni di persone pagano il prezzo con la vita.

Quando nominare il genocidio diventa teatro politico

Il 7 gennaio 2025, il Segretario di Stato americano Antony Blinken ha dichiarato formalmente che le RSF e le milizie alleate stanno commettendo un genocidio in Darfur. Genocidio. La parola più pesante del vocabolario giuridico internazionale.

Le Nazioni Unite documentano un aumento del 500% della violenza verificata: massacri sistematici delle comunità Masalit, Fur e Zaghawa, stupri di massa come arma di guerra, villaggi completamente distrutti.

Mentre scrivo, gli Stati Uniti sono l’unico paese ad aver formalmente riconosciuto che in Sudan è in corso un genocidio. Ma c’è un paradosso: cosa significa nominare il genocidio quando questa parola non produce conseguenze?

Penso a Gaza. Penso a come, mentre scrivo, la comunità internazionale continui a rifiutarsi di usare la parola genocidio nonostante le evidenze documentate sui crimini del governo israeliano, nonostante le denunce della Corte Internazionale di Giustizia, nonostante le migliaia di morti civili e il coraggio di Francesca Albanese, perseguitata dagli Stati Uniti e ignorata dall’UE per le sue posizioni.

E poi penso al Sudan, dove quella parola è stata pronunciata (solo dagli Stati Uniti) ma con lo stesso risultato: silenzio operativo.

La Convenzione sul Genocidio del 1948 dovrebbe imporre obblighi legali di intervento. Invece abbiamo dichiarazioni, sanzioni contro il leader delle RSF Hemedti e sette aziende legate al gruppo negli Emirati Arabi Uniti, e poi silenzio.

Rivela una verità scomoda: alcune crisi richiedono mobilitazione internazionale immediata, altre possono essere lasciate a se stesse.

E questa gerarchia non è casuale ma è l’eredità di secoli di rappresentazione di certi popoli come spazio di crisi endemica, di violenze inspiegabili, di popolazioni che non meritano lo stesso livello di attenzione delle altre.

Il riconoscimento formale del genocidio diventa paradossalmente un meccanismo che assolve: abbiamo nominato il problema, quindi abbiamo fatto la nostra parte.

Ma nominare senza agire è complicità. E la difficoltà stessa a nominare come per la Palestina o l’irrilevanza della parola come per il Sudan dicono qualcosa di preciso su chi consideriamo umano e chi no.

Gli atleti come custodi della memoria collettiva

Ed è qui che torniamo a quei calciatori in esilio, perché la loro storia ci dice qualcosa di essenziale sulla persistenza umana di fronte alla guerra e ai suoi crimini.

John Mano, entrato dalla panchina nella vittoria contro la Guinea Equatoriale, ha visto il suo miglior amico Medo, anche lui aspirante calciatore, crivellato da più di 20 colpi. Ha ricevuto minacce di morte personalmente.”Vogliamo mettere un sorriso sui volti dei tifosi a casa”, ha detto alla BBC dopo la partita.

Il capitano Bakhit Khamis è ancora più esplicito: “Il calcio è l’unico sollievo che abbiamo come popolo sudanese. È l’unica cosa che può renderci felici e aiutarci a dimenticare il dolore. Il nostro obiettivo è diventato più forte: il Sudan prima di tutto, il Sudan sopra ogni cosa”.

Anche l’allenatore Kwesi Appiah ha una storia di reinvenzione. Arrivato in Sudan dopo periodi difficili con la nazionale del Ghana, ha trovato nel caos sudanese un modo per dimostrare il suo valore. “Ci sono stati diversi momenti in cui alcuni giocatori hanno perso i loro familiari,” ha raccontato alla BBC. “Quindi, la maggior parte delle volte, ci sediamo intorno a questi giocatori e li consoliamo.”

Dopo la vittoria contro la Guinea Equatoriale, il giornalista sportivo sudanese Ibrahim Salih ha detto ai microfoni di SportyFM Ghana: “Dopo Dio, Kwesi Appiah ha fatto così tanto per il Sudan”. Non è solo gratitudine per una vittoria sportiva. È il riconoscimento che, in mezzo al collasso totale, questa squadra è diventata uno dei pochi spazi rimasti dove il Sudan può ancora esistere come idea collettiva.

L’allenatore racconta di soldati di fazioni opposte che depongono le armi per celebrare insieme una vittoria della nazionale.

E’ chiaro che questo non fermerà la guerra. Non sono così ingenuo da credere che il calcio debba o possa sostituire la diplomazia o la giustizia internazionale.

Ma questi momenti vanno presi sul serio. Come ha scritto un giornalista dopo la vittoria della nazionale “Nei momenti più bui del Sudan, il calcio ha fornito un linguaggio condiviso di speranza”.

Lo sport come spazio di auto-determinazione

Un tempo il Sudan era una potenza calcistica. Tra il 1957 e il 1970, si classificò due volte secondo, una volta terzo, e vinse la competizione nel 1970. E’ una delle nazioni fondatrici della Coppa d’Africa insieme ad Egitto ed Etiopia. Il paese partecipò anche ai Giochi Olimpici del 1972 in Germania. Poi, il silenzio. Fino a quella vittoria del gennaio 2025 contro la Guinea Equatoriale, la prima vittoria in AFCON in 13 anni, solo la seconda dal trionfo del 1970.

I giovani sudanesi che sognano di diventare calciatori professionisti sono sparsi in vari paesi, molti come rifugiati. Ma la nazionale continua.

Penso a quanti atleti, in diversi contesti, diventano simboli di appartenenza mentre il loro diritto a quella stessa appartenenza viene costantemente messo in discussione.

I Falconi di Jediane non devono dimostrare nulla. Ma il fatto stesso che continuino a giocare in quelle condizioni, senza garanzie, dice qualcosa sulla tenacia del desiderio di appartenenza.

Qualunque cosa accada da qui in poi è quasi secondario. Che vincano o perdano nella fase a eliminazione diretta, hanno già lasciato un segno. Hanno dimostrato che si può continuare a esistere collettivamente anche quando lo stato-nazione come forma politica è mortalmente sotto assedio.

Ma torniamo alla domanda fondamentale: perché il Sudan viene ignorato?

Perché, con oltre 30 milioni di persone che necessitano di assistenza umanitaria la copertura mediatica è minimale, la mobilitazione politica praticamente assente, le sanzioni inefficaci?

Nel settembre 2025, l’Integrated Food Security Phase Classification ha stimato che 21,2 milioni di persone affrontano alti livelli di insicurezza alimentare acuta. Il Famine Review Committee ha confermato la carestia in almeno cinque aree.

Judith Butler ci ha insegnato che alcune vite sono rese “grievable” cioè degne di lutto, degne di attenzione, degne di mobilitazione mentre altre rimangono fuori dalla cornice di riconoscibilità. Il Sudan è un caso perfetto di questa dinamica. Non è una questione di mancanza di informazioni poiché i dati ci sono, le testimonianze ci sono, la documentazione del genocidio c’è.

È una questione di quali vite contiamo come significative.

Questa geopolitica dell’attenzione è il prodotto di una lunga storia che ha costruito il continente africano come spazio di crisi perpetua, di violenze “tribali” inspiegabili, di popolazioni che non possono essere capite attraverso le stesse categorie analitiche che usiamo per altri contesti.

Dobbiamo nominare questa differenza per quello che è: razzismo.

È la stessa logica che decide chi può sentirsi sicuro, chi merita protezione, chi ha diritto alla sovranità e chi può essere abbandonato.

Tracciare la complicità: cosa possiamo fare

Dobbiamo resistere alla tentazione di ridurre i conflitti complessi a narrazioni semplificate. Il Sudan, come altri contesti sotto attacco, richiede un’analisi che prenda sul serio la storia coloniale, il capitalismo estrattivo globale, gli interessi dell’economia della guerra.

Dobbiamo interrogare criticamente chi decide quali vite contano, quali crisi meritano risposta, quali popoli hanno diritto alla sovranità e quali possono essere abbandonati.

Esistere è già resistere

E poi, forse, dovremmo imparare qualcosa da quegli undici uomini che continuano a correre dietro a un pallone.

Non perché il calcio possa fermare un genocidio. Ma perché in quella persistenza testarda, fragile, impossibile c’è qualcosa di essenziale sulla capacità umana di costruire comunità anche quando ogni condizione per la sua esistenza è stata distrutta.

Non è speranza nel senso ingenuo. È qualcosa di più complicato e più necessario: è il rifiuto ontologico di scomparire. È dire, contro ogni evidenza materiale: esistiamo ancora.

E in un mondo che ha deciso che alcune esistenze non contano, questo rifiuto è già un atto politico.

È la stessa testardaggine di chi, in altri contesti, continua a rivendicare il diritto ad esistere: in Palestina, in Etiopia, in Congo, in Ucraina, in Siria, in Yemen e nelle rotte migratorie letali, dal Sahara al Mediterraneo; ovunque si lotti contro contro le violenze e le ingiustizie.

Come puoi aiutare

Tra le organizzazioni internazionali che continuano a offrire assistenza in Sudan, c’è Emergency, che gestisce a Khartoum il Salam Centre for Cardiac Surgery, un ospedale gratuito altamente specializzato che ha continuato a fornire cure nonostante il conflitto.

Ho scelto di dare il mio contributo a Emergency non perché questo risolva il problema, ma perché mentre continuo a denunciare l’indifferenza dei nostri governi e a chiedere il rispetto della giustizia internazionale, la protezione delle popolazioni civili e il riconoscimento dei crimini di guerra, voglio almeno assicurarmi che qualcuno continui a curare chi ne ha bisogno.

Se vuoi fare lo stesso, qui trovi i progetti di Emergency in Sudan: https://www.emergency.it/progetti/sudan/